Anche se fatto “scherzosamente” toccare il sedere di una donna integra la violenza sessuale.

Cassazione, Sez. III, 13 maggio 2021, dep. 25 giugno 2021, n. 24872 – Pres. Ramacci – Rel. Corbetta – P.M. Felicetti (diff.) – Ric. D.R. – (rif. art. 609-bis c.p.)

La massima: ai fini della consumazione del delitto di violenza sessuale non è necessario che il soggetto agente persegua con la sua condotta un fine di concupiscenza. Per integrare l’elemento psicologico del reato è, infatti, sufficiente che l’autore abbia consapevolezza della natura oggettivamente sessuale dell’atto e, dunque, dell’idoneità di questo a soddisfare un istinto libidinoso ovvero a stimolarlo. Non vale perciò ad escludere il dolo la circostanza che la condotta posta in essere sia stata orientata a schernire la persona offesa e non all’appagamento di un impulso di tipo sessuale.

Il fatto: all’esito del giudizio di primo grado l’imputato era stato dichiarato responsabile dei reati di percosse e violenza sessuale.

Nello specifico, secondo la prospettazione accusatoria poi accolta dal giudice di prime cure, il giorno dei fatti la persona offesa, nella veste di capotreno in servizio, aveva chiesto all’imputato, passeggero del treno, di esporre il proprio titolo di viaggio. Questi, che non era risultato in possesso del biglietto e si era inoltre rifiutato di acquistarne uno a bordo, aveva dunque dato vita ad un alterco con la persona offesa, la quale lo aveva perciò invitato a scendere dal convoglio alla prima fermata utile. Dinanzi alle resistenze opposte dall’imputato, la capotreno aveva allora provveduto ad allertare le forze dell’ordine, richiedendone l’intervento. Consapevole dell’imminente arrivo degli agenti di polizia, l’imputato si era infine determinato ad abbandonare la carrozza, ma poco prima di scendere, seguendo la persona offesa che lo accompagnava all’uscita, le aveva palpeggiato il sedere e successivamente sferrato un calcio sulle natiche.

Avverso il pronunciamento del Tribunale di Milano l’imputato aveva quindi proposto appello. La Corte d’appello, ritenendo la sentenza gravata immune da vizi, aveva però confermato integralmente la decisione del giudice di primo grado.

L’imputato aveva, infine, proposto ricorso per Cassazione, articolandolo in tre motivi; in particolare, e per quanto in questa sede rileva, erano state dedotte la violazione e la falsa applicazione dell’art. 609-bis c.p., il vizio di motivazione della sentenza e l’errata valutazione delle prove operata dai giudici di merito. Segnatamente, il ricorrente, pur avendo ammesso di aver palpeggiato per pochi secondi il fondoschiena della persona offesa, aveva sostenuto che il fatto non fosse sorretto dal dolo tipico della violenza sessuale, mancando qualsiasi intento libidinoso da parte del soggetto agente, che aveva invece agito al solo scopo di schernire la capotreno e dileggiarla, non avendo alcuna intenzione di offenderne la libertà sessuale; sicché, ad opinione del ricorrente, i giudici di merito avrebbero erroneamente valutato la natura sessuale del gesto per la sola circostanza che la condotta avesse attinto un’area considerata erogena, omettendo di contestualizzare l’azione e di considerare l’intento perseguito dall’agente. Di fatti, secondo la difesa dell’imputato, alla luce di un’analisi complessiva della condotta contestata, si sarebbero potuti ravvisare gli estremi del delitto di cui all’art. 341-bis c.p. e non già quelli della violenza sessuale.

I principi di diritto espressi dalla Cassazione: la Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile.

Nello specifico, la suprema Corte dopo aver ribadito che l’oggetto di tutela dell’art. 609-bis c.p. è costituito dalla libertà personale dell’individuo, al quale deve essere garantita la più totale autonomia nell’ambito della propria sfera sessuale, ha sottolineato che l’assoluta libertà di disporre sessualmente del proprio corpo non può incontrare limiti nelle diverse intenzioni perseguite da altri soggetti che pongono in essere condotte intrusive della sfera sessuale altrui.

L’assolutezza del diritto tutelato, ha infatti rimarcato la suprema Corte, non tollera «possibili attenuazioni che possano derivare dalla ricerca di un fine ulteriore e diverso dalla semplice consapevolezza di compiere un atto sessuale, fine estraneo alla fattispecie e non richiesto dall’art. 609-bis c.p. per qualificare la penale rilevanza della condotta».

Inoltre, secondo gli ermellini, sarebbe proprio il legislatore che, omettendo di prevedere nella formulazione della fattispecie il dolo specifico o intenzionale, avrebbe voluto valorizzare la centralità della persona offesa rendendo il delitto ascrivibile all’agente a titolo di dolo generico.

Infatti, un prudente apprezzamento dell’atteggiamento psichico dell’autore del reato, ad opinione del giudice di legittimità, finirebbe per spostare l’orbita del giudizio di disvalore che connota la condotta criminosa dalla persona che la subisce a quella che invece la infligge.

Proseguendo nel suo iter argomentativo, la Cassazione ha dunque confermato quanto stabilito dalla consolidata giurisprudenza di legittimità, che è ormai granitica nell’accoglimento di una nozione oggettiva di atti sessuali, ancorata al coinvolgimento di parti cd. “erogene” del corpo umano.

 Pertanto, sconfessando la tesi sostenuta dal ricorrente, per la quale per l’integrazione dell’elemento soggettivo del reato di violenza sessuale sarebbe necessario che la condotta dell’agente sia accompagnata da una precisa volontà di soddisfare i propri istinti libidinosi, la suprema Corte ha  ritenuto che –  stante l’irrilevanza dei fini perseguiti dall’imputato attraverso la propria condotta – le censure mosse alle pronunce dei giudici di merito non fossero idonee a vulnerare il ragionamento giuridico seguito da questi ultimi.

Ed infatti, nel caso di specie il Tribunale e la Corte d’appello avevano ritenuto, coerentemente con i principi condivisi dalla giurisprudenza della Cassazione, che la circostanza secondo la quale l’imputato fosse perfettamente consapevole che il toccamento dei glutei di una donna è un atto a connotazione oggettivamente sessuale integrasse il dolo (generico) richiesto dalla fattispecie in esame.

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